Due righe su Goldrake. Parliamo della sigla dal punto di vista dell’immagine…

Facciamo uno sforzo di immaginazione e torniamo al 1978 cercando di ricreare l’impatto delle primissime immagini mandate in onda di Goldrake su di un pubblico che non aveva mai visto una serie robotica giapponese. Uno sguardo, quasi, senza orecchie alla sigla di UFO ROBOT…


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Dell’anime Ufo Robot Goldrake (Ufo Robot Grendizer in Giappone) e della sua importanza di apripista per l’animazione giapponese in Italia alla fine degli anni ’70 si è già trattato su i vari siti di appassionati in modo esaustivo con ottimi articoli, molto dettagliati e completi.
Davanti a questa mole letteraria potrebbe sembrare superfluo aggiungere qualcosa sul fenomeno Goldrake, decidiamo però di riportare una fugace suggestione: una semplice impressione che ci ha dato rivedere ancora una volta, dopo tanti anni, la sigla iniziale di questo anime che ha fatto la storia dei robot in Italia.

Della sigla in quanto musica se ne è parlato moltissimo: l’introduzione per la versione italiana dell’anime, scritta da Albertelli (testi)/Tempera, Tavolazzi e Luca (musica e arrangiamenti), è uno dei brani di punta che riportano all’infanzia un’intera generazione, ha inventato un modo di fare “sigla” ed è ancora adesso estremamente valido all’ascolto. Però per un attimo facciamo finta di dimenticarcene, se ci riusciamo… Del resto la prima cosa che immaginiamo abbia catalizzato l’attenzione dello spettatore alla primissima visione sono state le immagini assolutamente inedite, per forma e contenuto, di uno spezzone di un minuto e mezzo di animazione che altri non era che l’opening di Ufo Robot Grendizer qui diventato “ATLAS UFO ROBOT”.


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Due cover di 45 giri con le sigle di Goldrake versione italiana e Grendizer giapponese.

Goldrake è una serie prodotta dalla Toei nel 1975, che ha potuto avvantaggiarsi di alcuni anni di affinamento e miglioramento delle tecniche rispetto al primissimo Mazinga Z del 1971, e il risultato si vede subito. Parlandone dal punto di vista qualitativo e registico, l’opening del giapponese Grendizer è un lavoro stupendo: montaggio, immagini, inquadrature e ritmo hanno un gusto particolare che la fanno spiccare in modo netto tra le sigle di apertura delle serie animate del periodo. Oltretutto, anche lo stesso robot Goldrake/Grendizer, rispetto ai suoi predecessori, era già concettualmente più elaborato e aveva delle atipicità come la fusione con il concetto di UFO ed armi molto particolari (due note di colore su tutte: le lame rotanti sganciabili con lancio di trivella multipla e il maglio perforante con quella ghiera rotante che dava l’idea di poter bucare qualsiasi corazza).


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L’universo in cui è Ambientato l’anime di Goldrake
è idealmente lo stesso dei suoi due predecessori Mazinga Z e Il Grande Mazinga.

Facciamo una breve analisi delle sequenze salienti che si vedono nella sigla (breve perché vista la quantità di dettagli ci vorrebbe molto spazio per fare una narrazione minuziosa) come se fossimo tornati indietro di quasi quarant’anni e lo stessimo vedendo per la prima volta senza sapere esattamente di cosa si tratta.

Si parte dalla visione suggestiva di una galassia lontana per poi passare con uno stacco netto alla prima sequenza introduttiva: un personaggio con una tuta spaziale corre in un riquadro posto al centro di un fondo nero (Actarus o Duke Fleed che dir si voglia). I riquadri con il personaggio si moltiplicano fino a coprire lo schermo, vediamo meglio il soggetto che ha un elmo a metà tra un’armatura e un casco da pilota. Questo salta letteralmente fuori dall’immagine e si ritrova nella cabina di pilotaggio di un mezzo volante bianco e rosso che sembra un UFO ma che ha posta davanti una testa con le corna, quasi fosse la polena di una nave, e delle braccia adagiate ai lati.

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Seguono scene di volo acrobatico con movimenti molto elaborati di camera ed effetti di luce che simulano la presenza di un vero obiettivo che riprende la scena.
Dopo la visione di un nuovo personaggio gigante (Vega), da quello che sembra un albero lunare si stacca un’astronave immensa che lancia a sua volta delle navi più piccole.
Inizia una sequenza di inquadrature serratissime con battaglie tra dischi volanti e armi perforanti. Dopo uno split-screen che mostra un’azione sui comandi, l’ufo bianco e rosso fa uscire le braccia che si vedevano sui lati e lancia dei raggi dalle mani che distruggono le navi nemiche.
Colpo di scena: dalla terra sotto una città, radendo al suolo dei palazzi, esce un disco volante che si apre e si trasforma in una specie di dinosauro meccanico gigantesco.

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In un’inquadratura magistrale, con un altro bellissimo ed indimenticabile split-screen, vediamo che la sedia di comando con il pilota dell’ufo bianco e rosso si sposta all’interno del disco volante ed entra nella testa frontale.
Dal disco si sgancia un robot umanoide gigante che si lascia cadere a terra. Ancora in caduta libera lancia la propria mano sinistra come fosse un missile e distrugge alcuni mostri meccanici perforandoli. Segue una sequenza dove sgomina altri mostri, tra cui quello che prima aveva distrutto la città, con una specie di doppia falce componibile e con dei fulmini che gli escono dalle corna(!!). Un minuto e mezzo scarso di pura adrenalina, un’animazione spettacolare con un grado di dinamica assolutamente inedito!

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Ricordiamoci che siamo uno spettatore occasionale nel 1978, che non ha mai visto un anime, tantomeno robotico, che ha acceso la TV poco prima e si trova davanti ad una cosa del genere… Soppesando il tutto c’è abbastanza materiale per generare ben più di un sano stupore.

Facciamo anche un’esperimento: guardiamo la sigla di Goldrake questa volta senz’audio. Vedremo che già senza commento sonoro riesce ad essere qualcosa di notevole. Dopo averla vista due volte così, aggiungiamo un audio all’altezza e abbiamo un pezzo di storia.


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Da notare che anche il commento musicale originale, pur potendo avvantaggiarsi di cambi ad hoc all’inizio e alla fine, non seguiva in modo serratissimo il ritmo delle scene, l’idea di sync più stretto era data, come da uso classico, dall’inserimento di effetti che ricreavano il suono di alcuni elementi di scena (l’attivazione dei controlli, i propulsori dell’UFO, lo sganciamento del robot…). La sequenza animata così come era girata funzionava già da sola senza audio, tanto che la sovrapposizione con tema italiano, malgrado l’assoluta diversità rispetto quello giapponese e qualche out, ha comunque funzionato bene…

Giorgio Salimbeni

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