Stan Lee, il sorridente

Stan Lee, il sorridente volto dei supereroi Marvel non c’è più. Ha avuto una vita lunga e piena E ci ha lasciato tanto. Piuttosto di una commemorazione biografica vera e propria, preferisco ricordare l’importanza che il suo lavoro ha avuto per me come lettore nel corso degli anni, annotando man mano che mi vengono in mente le cose che più mi hanno colpito della sua figura di autore.


Se si vuole parlare di Stan Lee, è davvero difficile creare un articolo biografico dicendo qualcosa che non sia già stato detto dell’uomo sorridente con gli occhiali che, direttamente o indirettamente, ha influenzato più di mezzo secolo del nostro immaginario, partendo dai fumetti per arrivare al cinema. Sono tantissimi gli autori, anche di narrativa non necessariamente supereroistica o fantascientifica, che sono stati ispirati dai personaggi e dalle storie di Lee. Parlerò quindi di come ho percepito il “personaggio” Stan Lee nel corso degli anni.

Il primo contatto conscio che ho avuto con il sorridente Stan è stato attraverso la dicitura Stan Lee presenta, che capeggiava praticamente ovunque sulle pubblicazioni Marvel tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, il periodo in cui divoravo comics come fossi stato un trita-carte. Quello che stupiva di primo impatto era vedere un solo nome associato a così tanti personaggi famosissimi, diventati epocali nel loro genere già dal loro debutto negli anni ’60: Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963), Daredevil (1964), Dottor Strange (1963)… e soprattutto Spider-Man (1962).

Del resto per me Spider-Man (o meglio l’Uomo Ragno come ho imparato a conoscerlo) è stato il primo grande amore dell’infanzia, conosciuto dai cartoni animati, ancora prima di saper leggere e prima della fascinazione totale dei Robot Giapponesi. Dopo un lungo periodo di distanza, durato praticamente tutte le elementari, ci sono poi ricaduto alle medie grazie a dei numeri comprati saltuariamente de L’Uomo Ragno delle edizioni Star Comics; ora che ormai sapevo leggere non potevo evitare di notare quell’immancabile “Stan Lee” che capeggiava prima dei credits di tutte le singole storie. Ho iniziato quindi ad intuire come funzionava il mondo dei comics e a farmi un’idea di chi fosse questo Stan Lee.

Con L’Uomo Ragno Classic, un’altra pubblicazione dei ’90 sempre della Star Comics, sono entrato in contatto, almeno consapevolmente, con il mio primo fumetto scritto da Stan Lee. Quel fumetto, nonostante al primo impatto avesse uno stile un po’ “datato” per il gusto degli anni ’90, mi aveva catturato. Le primissime storie di Spider-man avevano già dentro tutto: l’eroe con i suoi eterni problemi in conflitto con il suo alter-ego, intrappolato dal suo senso del dovere. Non a caso L’Uomo Ragno Classic è stata l’ultima testata che ho smesso di seguire in modo regolare quando è venuta un po’ meno la mia passione per i comics qualche anno dopo. Del resto si cambia e cambiano gli interessi, ma negli anni comunque l’imprinting è rimasto.

Lo stile dell’eroe Marvel coniato da Lee è andato molto oltre il mondo dei comics: senza l’influenza dei “supereroi con super-problemi” non sarebbero ad esempio nati neanche personaggi dell’animazione giapponese come KyashanPolimar e Tekkaman. Non sono neanche pochi i contatti con il grande cinema di fantascienza, non a caso il personaggio di Victor Von Doom, nemesi dei Fantastici Quattro, ha moltissime similitudini con il celeberrimo Dart Vader di Star Wars.

Stan Lee, pur avendo iniziato la sua vera carriera relativamente tardi, verso i 40 anni, nel lasso di tempo in cui è stato in vetta alla Marvel ha introdotto grandi innovazioni nel modo di fare fumetto.

Ad esempio, quando ho iniziato ad interessarmi di scrittura e sceneggiatura, mi aveva molto stupito apprendere il modo in cui Lee e il suo staff gestivano il processo creativo (modo che poi è diventato il “Metodo Marvel“). Avevo sempre pensato che a fronte di un fumetto ci fosse immancabilmente una sceneggiatura dettagliata con testi precisi. Invece già a partire da Lee la scrittura nei comics aveva iniziato a funzionare in modo diverso: Lee decideva a grandi linee la storia e la scansione degli avvenimenti con il disegnatore, una volta avute le tavole pronte senza testi (che quindi il disegnatore co-sceneggiava) provvedeva a scrivere le didascalie, i dialoghi e controllava lettering e colorazione. Questo metodo gli permetteva di avere tempo per gestire più serie contemporaneamente e, come corollario, faceva sì che fosse il testo ad adattarsi agli spazi del disegno e non l’opposto, cosa che ha favorito non poco lo sviluppo grafico della narrazione nei comics.

Nel corso degli anni sono emerse diverse polemiche sull’attribuzione della paternità dei personaggi Marvel, tanto che in più casi è stato contestato il ruolo di Lee nella loro creazione. Grandi artisti come Jack Kirby (disegnatore e co-autore con Lee di Hulk, X-Men, Fantastici Quattro e molti altri) e Steve Ditko (co-autore di Spider-Man e Doctor Strange) si sono trovati in disaccordo con l’attribuzione dei meritianche se il contenzioso più che con Lee era con la stessa Marvel. Risulta però difficile pensare i personaggi Marvel senza il vecchio Stan, per il semplice fatto che tutti avevano in comune uno stile che è nato praticamente nello stesso periodo in cui è iniziata la collaborazione tra lui e questi altri artisti.

Stan Lee ha creato un modo innovativo di approcciarsi anche alla parte redazionale dei comic book. Una caratteristica degli albi a fumetti che mi aveva accalappiato in adolescenza era lo stile fresco e amichevole dei redattori. Questo modo di improntare la comunicazione diretta con il lettore è una conseguenza dell’approccio di Lee nel gestire redazionali e angoli della posta nel periodo in cui era factotum alla Marvel, stile poi diventato internazionale. Il modo amichevole di coinvolgere i lettori, dando loro ampio spazio e facendoli sentire parte della famiglia, è stato forse una conseguenza naturale del suo carattere e della sua abilità di comunicatore, ma anche una delle sue intuizioni più geniali

Stan aveva un modo di fare accentratore e istrionico, ma era anche un idealista con una forte coscienza sociale. A lui vanno diversi meriti, come l’avere avuto la forza di affrontare a viso aperto il Comics Code Authority, un vero e proprio organo di censura sotto cui dovevano passare tutti gli albi a fumetti per essere pubblicati; una volta approvati questi potevano esporre in copertina il bollino CCA (una sorta di garanzia di qualità). Il Comic Code aveva imposizioni strettissime e aveva fortemente contribuito a mantenere i fumetti in un limbo dedicato quasi solo ad un pubblico infantile. Nel 1971, con l’intento di sensibilizzare anche il pubblico più giovane su un problema sociale che in quegli anni stava raggiungendo picchi inediti, Stan Lee scrisse una storia per le pagine di Spider-Man che descriveva in modo esplicito l’abuso di sostanze stupefacenti da parte di uno dei personaggi fissi della serie. L’albo ovviamente fu rifiutato dal Comic Code Authority. Il veto non fece desistere Lee, che in accordo con l’allora direttore Martin Goodman, decise di pubblicare comunque il n°96 di Amazing Spider-Man senza il bollino CCA. Questo avvenimento fu l’innesco che costrinse l’autorità di controllo a rivedere il codice e che lanciò il genere dei supereroi verso una nuova maturità.

Alla coppia Lee e Kirby si deve poi il primato di aver creato nel 1966 Black Panther, che sarebbe diventato nel 1973 il primo personaggio nero nella storia dei comics ad avere una sua testata regolare.

Dopo l’esplosione creativa degli anni ’60/’70, le prove di Lee come autore di albi iniziarono a diradarsi. Scrisse alcune graphic novel, e più che altro episodi auto-conclusivi. Ravage 2099, serie del 1992 nata all’interno del progetto in sé poco fortunato (salvo eccezioni) Marvel 2099, fu in pratica l’ultima serie Marvel di cui Lee è stato sceneggiatore regolare (oltre che creatore del personaggio).

Una rassegna di prime uscite dei grandi personaggi Marvel, la maggior parte firmati Lee & Kirby. Sono quasi tutte testate degli anni ’60 e grandi successi fino al poco fortunato Ravage 2099.

 

Più recentemente, nel 2001, la Dc Comics ha pubblicato Just Imagine… , una mini-serie di one-shot sui supereroi DC reinventati da Lee e disegnati da diversi grandi artisti dei comics.

Nella sua carriera Lee non è stato estraneo neanche a manga e anime, infatti nel 2008 ha collaborato con il mangaka Hiroyuki Takei per la creazione di Karakuri Dôji Ultimo, manga shonen di cui sono usciti 12 volumi. Ricordiamo anche il recente The Reflection, anime del 2017 prodotto dallo Studio Deen; la serie, ideata da Lee e Hiroshi Nagahama, si distingue tra le produzioni nipponiche per uno stile decisamente “Marvel“.


Dalla prima metà degli anni ’80 Stan Lee si era trasferito in California. Una delle sue missioni è stata portare i suoi personaggi a Hollywood; dopo false partenze e produzioni non esattamente all’altezza, il successo fulminante negli anni 2000 dei film X-Men e poi Spider-Man gli hanno dato ragione e hanno segnato il futuro del cinema d’intrattenimento di Hollywood. Abbiamo visto in questi ultimi anni infatti, con la creazione del Marvel Cinematic Universe, un numero crescente di produzioni cinematografiche con supereroi, con l’intento di replicare l’universo interconnesso dei comics Marvel anche su pellicola.

Pellicole dove Stan è stato presente con i suoi cameo, dove per pochi secondi dava libero sfogo al suo lato più istrionico per mischiarsi ai suoi personaggi di carta. Inutile dire che i cameo di Stan erano tra i momenti più attesi per i fan all’interno dei film Marvel.


Riprendendo quanto detto a inizio articolo, è davvero difficile dire qualcosa di più di quanto non abbia già detto lo stesso Stan Lee con il suo “esserci”. Stiamo parlando di un autore che è stato egli stesso un personaggio all’interno del mondo che ha contribuito in prima persona a creare!

Giorgio Salimbeni

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