To your eternity – l’immortalità come parabola

Un’opera che parte come fantasy esistenziale e si rivela progressivamente una riflessione sul tempo, sulla perdita e sulla natura dell’umano, capace di cambiare ambientazione e registro senza mai perdere la propria identità.

To Your Eternity (Fumetsu no Anata e) è una di quelle opere che, a distanza di tempo, rivelano meglio la propria natura. Letta o vista superficialmente, può apparire come un fantasy esistenziale dai contorni relativamente riconoscibili; seguita con attenzione, mostra invece una struttura narrativa molto più instabile, deliberatamente sfuggente, che rifiuta di fissarsi in un genere preciso e procede per continue deviazioni. È proprio questa sua instabilità a renderla un caso interessante nel panorama contemporaneo dell’animazione e del manga giapponese.

Il manga, concluso nel 2025 dopo una serializzazione durata quasi un decennio, iniziata nel 2016, è opera di Yoshitoki Ōima, già nota per A Silent Voice, lavoro di tutt’altra impostazione ma accomunato da una forte attenzione alla dimensione emotiva e morale dei personaggi.

Con il manga ormai concluso, l’anime è giunto alla terza stagione, attualmente in fase di trasmissione nelle sue battute finali. In To Your Eternity Ōima dimostra di non essere interessata a guidare il lettore lungo traiettorie prevedibili: la storia procede per stratificazioni, salti temporali, cambi di prospettiva, e mette costantemente in crisi l’idea stessa di “protagonista” come centro stabile del racconto.

La premessa è semplice e, proprio per questo, ingannevole: un’entità immortale viene inviata nel mondo con il compito di osservare, apprendere, accumulare esperienza. All’inizio non possiede coscienza né identità; reagisce solo agli stimoli più elementari, assumendo la forma di ciò che incontra e che lascia un’impronta sufficientemente forte. È una condizione radicalmente non umana, e la serie non fa molto per addolcirla o renderla immediatamente empatica. L’identificazione con il protagonista non è automatica: nasce lentamente, attraverso una lunga esposizione alla perdita, al tempo, alla memoria.

Il primo episodio ha un ruolo cruciale in questo senso. Ambientato in un estremo nord spoglio e disabitato, quasi fuori dal tempo, funziona come una dichiarazione d’intenti: To Your Eternity chiarisce immediatamente che non si sta muovendo lungo coordinate narrative consuete. È un episodio isolato, per atmosfera e collocazione geografica, che serve a disorientare lo spettatore e a stabilire un tono di fondo fatto di solitudine, attesa e assenza. Già da solo, basta a segnalare che non si tratta di un anime costruito su dinamiche prevedibili e accomodanti o facilmente decodificabili.

Dal secondo episodio in avanti, l’ambientazione cambia in modo netto. Il racconto si sposta in una sorta di preistoria mitica di matrice orientale, un mondo arcaico e simbolico che richiama un Oriente immaginato più che storicamente definito. È qui che la serie inizia davvero a espandersi, introducendo comunità, riti, conflitti e legami umani che diventano il vero terreno di esplorazione narrativa. Il passaggio dall’estremo nord astratto a questa dimensione più “abitata” non è soltanto scenografico, ma segna l’inizio del confronto sistematico fra l’immortalità del protagonista e la finitezza degli esseri umani.

Uno degli elementi più destabilizzanti della serie è proprio il rapporto fra l’entità immortale e le persone che incontra. To Your Eternity non costruisce legami secondo una logica progressiva: ogni incontro ha un peso specifico, ma non diventa mai un punto di arrivo definitivo. I personaggi entrano ed escono dalla storia talvolta in modo improvviso, ma non scompaiono semplicemente: ritornano, si ripresentano, riemergono in forme e tempi inattesi. Non sono presenze fisse nel senso tradizionale del termine, ma neppure comparse destinate a svanire senza conseguenze. Questa modalità di ritorno, mai del tutto prevedibile e raramente conforme alle abitudini della serialità classica, contribuisce a costruire un senso di continuità che attraversa epoche e trasformazioni, riflettendo il punto di vista di un essere destinato a sopravvivere a tutto.

Con il progredire della storia, l’orizzonte si amplia ulteriormente. Le ambientazioni cambiano, le epoche scorrono, le strutture sociali si fanno sempre più complesse. Dalla dimensione arcaica e quasi mitologica delle origini, la narrazione attraversa civiltà organizzate, città, sistemi politici e culturali articolati. La terza stagione dell’anime introduce però uno dei passaggi più spiazzanti dell’intera opera: l’approdo a una specie di Giappone moderno, sorprendentemente vicino a quello che conosciamo, ma al tempo stesso completamente parallelo. La lingua scritta, i nomi, le convenzioni sociali e persino la percezione dello spazio urbano suggeriscono un mondo che assomiglia al nostro senza coincidere con esso. È una modernità “altra”, che non arriva come punto di arrivo naturale, ma come ulteriore frattura narrativa. Anche il nome stesso del Giappone viene modificato, ulteriore segnale che non si tratta di una semplice trasposizione del nostro presente, ma di una realtà parallela con coordinate proprie.

Questo slittamento improvviso non ha il sapore di un semplice aggiornamento temporale. Al contrario, mette in crisi l’idea stessa di progresso e costringe a riconsiderare il rapporto fra memoria, identità e continuità in un mondo che, pur cambiando volto, continua a riproporre gli stessi nodi irrisolti. Ancora una volta, To Your Eternity non accompagna lo spettatore verso un territorio più familiare: lo espone a una nuova forma di straniamento.

In questo percorso si inserisce il conflitto con i Nokker, entità che non possono essere lette secondo una dicotomia tradizionale fra bene e male. La loro funzione non è quella del nemico canonico, ma di una forza che mette in discussione l’idea stessa di esistenza, di permanenza e di valore della vita. Anche qui, Ōima evita soluzioni nette: lo scontro non è mai soltanto fisico, ma concettuale, e costringe il protagonista a confrontarsi con i limiti delle proprie scelte e delle proprie convinzioni.

Uno dei temi centrali dell’opera resta il tempo, inteso non come semplice successione di eventi, ma come esperienza diseguale. L’immortalità del protagonista non equivale a una comprensione superiore del mondo; al contrario, mette in evidenza una distanza profonda fra chi vive una vita finita e chi è costretto a trascenderla. L’ingenuità di Fushi non è infantile, ma connaturata alla sua condizione: anche dopo secoli di esperienza, restano zone d’ombra, incomprensioni, reazioni sproporzionate. È un essere che apprende, ma non evolve in modo lineare.

In questo senso, To Your Eternity assomiglia a tratti più a un’antica parabola che a un romanzo di formazione in senso stretto. L’opera attraversa registri molto diversi: momenti di apparente ingenuità — che non riguardano soltanto il protagonista ma riemergono ciclicamente come scelta narrativa consapevole — possono convivere con improvvise torsioni grottesche e con chiusure che assumono un tono sorprendentemente inquietante. Un episodio che si sviluppa descrivendo in modo delicato, talvolta quasi naïf, le interazioni fra i personaggi può interrompersi bruscamente con uno stacco su una scena perturbante, senza mediazioni. Questa oscillazione non è accidentale, ma radicata nell’impianto dell’opera, e contribuisce a quella sensazione di instabilità che accompagna l’intera opera. La crescita del protagonista non segue un arco progressivo né mira a una maturazione definitiva: procede per esempi, esperienze emblematiche, perdite che funzionano come ammonimenti o rivelazioni parziali. Ogni segmento della storia sembra avere un valore quasi autonomo, come se fosse pensato per mettere alla prova un’idea, una scelta o una forma di esistenza, più che per accompagnare il lettore verso un approdo conclusivo. È una narrazione che osserva, registra e restituisce, lasciando spesso il giudizio in sospeso.

Dal punto di vista dell’adattamento animato, la serie mostra pregi e fragilità. La prima stagione riesce a valorizzare silenzi e rarefazioni, mentre la seconda soffre di una gestione del ritmo non sempre equilibrata, con dilatazioni e accelerazioni improvvise. Alcune scelte registiche e visive possono risultare talvolta spiazzanti, ma non sono un’invenzione dell’anime: sono già presenti in nuce nel manga, nella scrittura e nel modo in cui Ōima forza toni, tempi e registri narrativi. Nell’animazione queste frizioni emergono con maggiore evidenza, soprattutto quando affiorano elementi grotteschi o deviazioni tonali che possono urtare lo spettatore. Tuttavia, anche in questi momenti è percepibile una sensibilità di fondo: non si tratta di incoerenze gratuite, ma di tentativi consapevoli di mettere alla prova chi guarda.

To Your Eternity accetta il rischio dello straniamento pur di non rifugiarsi in soluzioni già viste. Non punta alla perfezione formale, ma a una libertà espressiva che oggi non è così frequente nell’animazione seriale.

Alla fine, ciò che distingue davvero quest’opera è la sua capacità di sorprendere senza affidarsi al colpo di scena fine a sé stesso. Ogni deviazione nasce da una logica interna che privilegia l’esplorazione tematica rispetto alla soddisfazione immediata. È una serie che chiede attenzione e pazienza, e che accetta l’incompletezza come parte del proprio discorso.

To Your Eternity non è un racconto consolatorio, né un semplice esercizio filosofico travestito da fantasy. È un’opera che osserva l’umano da una distanza innaturale e, proprio per questo, riesce spesso a coglierne le contraddizioni con lucidità. Non sempre centra il bersaglio, ma quando lo fa, lascia tracce difficili da ignorare.

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Giorgio Salimbeni