Una serie scoperta quasi per caso che, già nei primi episodi, colpisce per la maturità della scrittura, la delicatezza dell’introspezione e una gestione del quotidiano rara nell’animazione seriale contemporanea. Prime impressioni a visione ancora in corso.

Journal with Witch è una di quelle serie che si incontrano quasi per caso e che, proprio per questo, finiscono per lasciare un segno più profondo del previsto. Mi ci sono imbattuto questo inverno senza particolari aspettative, e dopo aver visto soltanto una manciata di episodi posso già dire che è una delle proposte più interessanti emerse negli ultimi tempi, almeno per chi cerca nello storytelling animato qualcosa che vada oltre i meccanismi consueti del mainstream.
La serie è tratta dal manga Ikoku Nikki di Tomoko Yamashita, pubblicato in Giappone tra il 2017 e il 2023, e arriva ora in forma animata con un adattamento che, da quello che si legge online, sembra voler preservare con attenzione il tono originale dell’opera. Ho scoperto inoltre che dal manga è stato tratto anche un adattamento live action nel 2024, che al momento non ho ancora avuto modo di vedere. Al di là delle inevitabili differenze tra manga e anime — che qui non è ancora il caso di approfondire — ciò che colpisce immediatamente è l’impostazione narrativa: Journal with Witch si muove chiaramente nell’ambito dello slice of life, ma lo fa con una sensibilità che raramente si incontra nell’animazione seriale contemporanea.
Vale la pena soffermarsi brevemente anche sul significato del titolo originale giapponese e sul suo rapporto, tutt’altro che lineare, con quello internazionale. Ikoku Nikki può essere tradotto letteralmente come “Diario di un paese straniero” o “Diario di una terra diversa”. Un’espressione che non rimanda tanto a una distanza geografica quanto a una condizione interiore: l’idea di vivere in un luogo emotivo e relazionale che appare estraneo, difficile da decifrare, persino quando si è immersi nella quotidianità più ordinaria. In questo senso, il titolo suggerisce già quella sensazione di spaesamento intimo che attraversa i personaggi, rendendo il racconto simile alla cronaca silenziosa di un’esistenza vissuta leggermente fuori asse rispetto al mondo.

Il titolo internazionale Journal with Witch, invece, appare come una scelta in parte fuorviante. La “strega” non va intesa in senso letterale o fantastico, ma come metafora di una figura femminile percepita come enigmatica, isolata, estranea alle convenzioni sociali. Una semplificazione che lascia perplessi, perché riduce e riorienta il senso profondo di Ikoku Nikki, sacrificandone la sottigliezza a favore di un’immagine più immediata. A meno che negli episodi successivi non emergano elementi narrativi in grado di dare maggiore forza a questo titolo internazionale, è difficile immaginare che una scelta di questo tipo sia riconducibile all’autrice; pur senza poterne avere certezza assoluta, appare più plausibile che si tratti di una decisione maturata in sede di localizzazione internazionale, nel tentativo di rendere il titolo più “vendibile”, anche a costo di alterarne in modo significativo il significato. Staremo a vedere.
La serie segue la convivenza inattesa tra una donna adulta, scrittrice e solitaria, e una ragazza adolescente rimasta improvvisamente senza punti di riferimento, osservandone l’incontro e la distanza nel quotidiano. Il racconto prende avvio da un evento traumatico che funge da innesco, ma che non viene mai sfruttato come leva melodrammatica. Al contrario, sceglie una strada più discreta e misurata, concentrandosi sulla quotidianità di due persone le cui vite si intrecciano in modo quasi inevitabile. Non c’è fretta di spiegare tutto, non c’è bisogno di sottolineare ogni passaggio emotivo: molto viene lasciato ai silenzi, ai gesti minimi, alle frasi interrotte o dette a metà. Ed è proprio qui che la serie mostra una maturità di scrittura rara, che fiorisce nella bellezza dei dialoghi: sobri, mai didascalici, costruiti su pause, sottintesi e scarti minimi, risultano di una naturalezza e di una precisione poco comuni.
L’introspezione, elemento centrale dell’opera, non è mai esibita né forzata. non ci sono quei lunghi e ripetitivi monologhi interiori che spiegano in modo palese e con un dettaglio esasperato allo spettatore cosa provano i personaggi, così come non c’è una psicologia gridata o artificiosamente complicata. Al contrario, Journal with Witch sembra fidarsi dello sguardo di chi guarda: le emozioni emergono dal modo in cui i personaggi abitano gli spazi, da come reagiscono alle piccole frizioni della convivenza, da ciò che scelgono di dire e, soprattutto, da ciò che scelgono di non dire. È una scrittura che osserva, più che dichiarare, e che costruisce empatia senza mai chiederla esplicitamente. In questo senso è interessante anche la gestione del tempo narrativo: la serie ricorre al flashback, ma lo fa in modo frammentato e mai dichiarato, attraverso brevi accenni, immagini isolate o ricordi che affiorano senza segnalazioni evidenti. Il passato non interrompe il presente, ma vi si insinua con naturalezza, contribuendo a dare profondità ai personaggi senza trasformarsi in spiegazione didascalica.

Un altro aspetto che contribuisce in modo decisivo a questa sensazione di autenticità è la caratterizzazione dei personaggi. Merita una menzione il cast vocale, composto da interpreti di primo piano dell’animazione giapponese contemporanea. La protagonista, Makio Kōdai, è doppiata da Miyuki Sawashiro, che offre un’interpretazione misurata e di grande sensibilità, capace di restituire le sfumature emotive del personaggio senza mai appesantirne il tono. Alla nipote Asa Takumi presta la voce Fūko Mori, giovane doppiatrice ancora relativamente all’inizio del proprio percorso, ma già capace di dimostrare una notevole maturità interpretativa, soprattutto nel rendere fragilità, gentilezza e quella chiusura introversa tutta particolare che caratterizza il personaggio, più incline alla fuga nelle fantasie senza mai scivolare nell’enfasi. Anche le voci dei personaggi di contorno risultano perfettamente calibrate, contribuendo in modo sostanziale a quella sensazione di “vita propria” che la serie riesce a trasmettere già dalle prime puntate. Tra i personaggi secondari colpisce in particolare la presenza dell’ex compagno di Makio, Shingo Kasamachi, affidata a Junichi Suwabe — altro nome di assoluto rilievo del doppiaggio giapponese, accanto a Miyuki Sawashiro — che aggiunge spessore a una figura apparentemente marginale ma capace di incidere in modo sensibile sull’equilibrio emotivo del racconto. Nelle puntate viste finora non c’è nessuno che sembri esistere solo in funzione della trama. Tutti, anche le figure secondarie, danno l’impressione di avere una vita propria, un passato che non viene esibito ma che si intuisce. Questo vale sia sul piano narrativo sia su quello visivo: il character design è lontano dagli standard più riconoscibili dell’anime mainstream, con volti e corpi sono delineati in modo delicato, risultano immediatamente distintivi senza ricorrere a soluzioni caricaturali. È uno stile sobrio, coerente con il tono della serie, che rafforza l’idea di trovarsi davanti a persone prima ancora che a “personaggi”.
Dal punto di vista della struttura, gli episodi iniziali sono volutamente privi di grandi escalation. Questo non significa però che “non succeda nulla”: già nelle prime puntate emergono momenti di frizione più marcati, legati soprattutto al rapporto della ragazza con l’ambiente scolastico, che introducono una tensione emotiva reale, ma trattata sempre con misura, senza trasformarla in evento spettacolare. Eppure, ogni episodio riesce comunque a lasciare qualcosa allo spettatore: una frase, una situazione, un dettaglio apparentemente marginale che apre uno spiraglio sul mondo interiore dei protagonisti. È una narrazione che procede per accumulo, per piccoli spostamenti, e che trova la sua forza proprio nella continuità più che nell’evento.
Questa scelta può apparire spiazzante per chi è abituato a una serialità più rumorosa o orientata all’azione, ma è anche ciò che rende Journal with Witch così coinvolgente. La serie non cerca di trattenere lo spettatore con artifici narrativi, ma lo invita a entrare lentamente nel suo ritmo, a condividere il tempo dei personaggi. In questo senso, l’esperienza di visione somiglia più alla lettura di un diario — come suggerisce il titolo originale — che a quella di un racconto tradizionale costruito per climax.
Anche la regia e il comparto visivo sembrano assecondare questa impostazione. Le inquadrature sono spesso statiche o poco movimentate, gli ambienti quotidiani vengono osservati con attenzione quasi documentaristica, e il tempo narrativo, quando viene alterato, viene compresso in modo intelligente senza risultare mai artificioso. Tutto contribuisce a creare un senso di presenza, di immersione silenziosa, che rende credibile e tangibile il mondo della serie.
È presto, ovviamente, per trarre conclusioni definitive. Con una manciata di episodi all’attivo, Journal with Witch è ancora all’inizio del suo percorso e molto dipenderà da come saprà sviluppare i temi e i rapporti che ha appena iniziato a delineare. Ma proprio per questo colpisce la sicurezza con cui la serie sembra conoscere la propria direzione, senza la necessità di accelerare o di spiegarsi troppo.
Se il livello di scrittura, di attenzione ai dettagli e di rispetto per l’intelligenza dello spettatore rimarrà questo, ci troveremo probabilmente davanti a una delle opere più interessanti e mature emerse nell’animazione recente, ben oltre i confini di una singola stagione. Per ora, Journal with Witch è soprattutto una sorpresa: un anime che parla a bassa voce, ma che proprio per questo riesce a farsi ascoltare con una chiarezza rara.
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